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Perché credere nei "sopravvissuti"

 

Perché credere nei "sopravvissuti"

Carissima Stefania,

ho ricevuto con inatteso sollievo alla vigilia di Pasqua la sua richiesta di un parere sul sito dell'Associazione AMA di  auto mutuo aiuto dei sopravvissuti alla morte di un caro che si è tolto la vita. Forse l'insolita sensazione di pace che si accompagna alla sua seria ed impegnativa richiesta mi viene dal fatto che essa vada a colmare la sete di riflessione e di senso nel giorno precedente la Resurrezione, una chiamata che consenta di riflettere in termini umani e non puramente ascetici sul silenzio che precede la Rinascita. Sono un oncoematologo, non uno psichiatra né uno psicoterapeuta, ci siamo conosciute durante una mia presentazione sugli aspetti emozionali delle malattie tumorali nel Congresso per la giornata Internazionale di prevenzione del Suicidio dell'Università di Roma organizzato dal Professor Maurizio Pompili. Risponderò con colloquiale, informale e familiare solennità, ovviamente entro domani, affidandomi allo spirito che da medico mi ha tante volte abituato a cercare con serietà la migliore risposta possibile nel più breve termine possibile a domande e responsabilità grandissime ed irrimandabili, mettendo da parte qualsiasi ipotesi di perfezionismo, e facendomi incoraggiare dal fatto di far parte di una comunità di tanti altri operatori che fanno lo stesso. Risponderò anche affidandomi a Dio perché mi guidi, accogliendo con serenità il monito del padre di Aiace a suo figlio, di contare sulle proprie forze e sul meglio delle proprie capacità ma "sempre affidandosi al dio", un monito paterno, di saggezza tutta umana tipica del teatro greco, sull'imprevedibilità della vita e sulla necessità di non assumersi responsabilità integrale degli eventi, che Aiace, simbolicamente, non riuscì ad ascoltare...

E non da ultimo mi affiderò alla sua arguta schiettezza che mi correggerà senza esitazioni se necessario, sono più che certa, visto che la prima volta che ci siamo incontrate si è presentata dicendomi "ma sa che quando l'ho vista ho subito pensato che fosse antipatica e fredda, poi però ha parlato ed ho iniziato a cambiare idea...". Sicuramente una presentazione ad effetto! Per fortuna quando sono nel ruolo di medico con pazienti e parenti non mi offendo mai (nella vita privata è un po' diverso a dire il vero...).

La medicina è soprattutto la scienza dell'applicazione di dati scientifici, conoscenze e strumenti incompiuti per il beneficio ed il sollievo di bisogni di salute contemporanei, immanenti, continui, che non possono e non devono attendere necessariamente la maturazione di conoscenze scientifiche dettagliate, sulle cause, i meccanismi della patologia, i bersagli biologici completi dei farmaci che impiega. E' una scienza empirica più di tutte le altre, ed è una scienza sociale: ciò che funziona ed è ragionevolmente sicuro rispetto alla gravità della malattia che va a contrastare si applica. Perché l'applicazione sia fattibile ed efficace è necessario che la società, molto oltre i confini della comunità scientifica e sanitaria, sia preparata a sostenere e rendere realizzabile quel tale rimedio. La nostra società non è ancora compiutamente preparata e forse neanche del tutto motivata a sostenere il cammino di guarigione di chi ha perduto un familiare in modo incomprensibilmente inatteso, i nostri strumenti scientifici stanno senz'altro maturando e beneficiano di talenti rigorosi in tutti i Paesi: ma nel frattempo voi, i sopravvissuti, siete, mi consenta e mi creda senza retorica, taumaturghi e sociologi. Testimoni e fonte di evidenza scientifica del beneficio che avete vissuto dall'esperienza di auto mutuo aiuto e dai servizi di prevenzione del suicidio.

In termini umanistici più estesi la vostra, (ma iniziamo pure ad intenderla una realtà dell'umanità intera ed anche dei medici, categoria lavorativa tra quelle a maggiore rischio suicidario, se non forse quella a maggior rischio assoluto visto che da più fonti emerge il dubbio che vi sia incompletezza di dati sul numero di medici suicidi visto il tabù culturale in materia), è una impresa che ha a che vedere con limiti e mancanze di consapevolezza culturali che sono plurisecolari. Perché sulla realtà più umana e condivisa di tutte, la morte, è maturata in ogni civiltà una cultura compiuta e corale del lutto, ma in questo caso, come se le capacità cognitive collettive si paralizzassero in pieno difronte al suicidio, non solo il gesto suicida in sé viene concepito, (pensiamo alla letteratura ed alla filosofia per esempio), come un evento da intellettualizzare, in cui gli aspetti umani della pietas e del lutto diventano secondari, ma ancora più inimmaginabile, inaffrontato e diafano rimane il dolore di chi sopravvive. Se è cardine della nostra umanità e codice dei nostri sentimenti e valori saper celebrare i morti e consolare i familiari sopravvissuti, difronte al suicidio non si sa comunemente né come celebrare il defunto né come accompagnare il familiare nell'elaborazione del lutto e nella ripresa della vita. Ed è giusto e necessario che, tramite l'auto aiuto, costituiate una comunità ed un senso di comunità per dare a chi perde un caro in questo modo un senso di solidarietà di base che trova invece un vuoto culturale, per i motivi che ho accennato. Perché le emozioni hanno senso e sono vitali se trovano una continuità nell'altro, non sono esperienze solitarie ma espressioni dell'istinto di condivisione. Nel cercare di immaginare quanto sia vasto quindi il vostro compito, e quanto sia indispensabile che siate sostenuti da ogni fonte, con ogni mezzo, cerco anche di rimarcare e riconoscere che la vostra realtà è a beneficio di tutti, è a tutela della voglia di vivere e dell'accettazione della vita, per tutti. Chi - se non coloro che sanno dare volti, tangibilità, umanità, dettagli, storie, quotidianità alla realtà delle famiglie in cui qualcuno si è tolto la vita - può esautorare il suicidio del suo significato illusoriamente escatologico ed estremo? Chi può seriamente pensare di essere del tutto immune dallo sviluppare una ideazione suicidaria, se la voglia di vivere è collegata ad una serie di combinazioni di realtà complesse e delicatissime su cui nessuno può dire di avere il controllo assoluto, come l'efficacia sociale, lo sviluppo di un determinato talento o di una aspettativa, l'equilibrio di una relazione o addirittura di una singola sfumatura all'interno di una relazione?

Nella letteratura psiconcologica relativamente allo sviluppo di depressione e rischio suicidario o desiderio di eutanasia da parte del malato di tumore compare che il punto cruciale che determina questi rischi è la messa a repentaglio del "benessere spirituale", lì dove però definire in cosa esso consista rimane sottile, delicato ed impalpabile, per i termini deterministici della scienza: molto più facile da intuire con la consapevolezza integrata della sensibilità umana. Si tratta di quella serie complessa e profonda di credenze, di principi, di affetti, di scopi, che definiscono le architravi su cui si edifica il senso e lo scopo dell'essere vivi, e l'accettazione dell'essere vivi in tutto ciò che esso comporta, dalle funzioni vitali di base agli scopi sociali ed intellettuali più raffinati. Lì dove ci si allontana dall'umanità, dalla comprensione della ordinarietà e fallibilità dei rapporti umani, lì dove ci si rende rigidi, si ragiona per categorie e scopi, si cristallizzano le relazioni in estremismi, ci si dimentica la tolleranza, la pazienza, la temperanza nelle aspettative sentimentali e non, ecco che la voglia di vivere viene affidata solo ad uno, due, tre, un numero limitato di scopi, e si rende vulnerabile ciò che dovrebbe essere difeso con la ridondanza. Credo che chi abbia dovuto sviluppare questa consapevolezza nel percorso di elaborazione del lutto da suicidio, sia una garanzia ed un richiamo per la società tutta all'aderenza ai valori umani per la prevenzione del pensiero estremo, depauperante, monodimensionale, dicotomico che porta al suicidio. 

Mi ha chiesto, indirettamente, di riflettere sulla legittimità del ricominciare la vita ed una vita felice per chi rimane, diciamo più che altro mi ha invitato a riflettere sul fatto che alcuni fatichino a realizzare che sia legittimo ed indispensabile sviluppare "il coraggio della felicità", titolo del suo libro. Le confesso per prima cosa di aver pensato che bisogna essere indulgenti e comprensivi con chi per varie ragioni non riesce a fare questo scatto, o con chi non riesce a capire del tutto l'atteggiamento di chi vuole andare avanti. Poi leggendo la sua testimonianza sul primo incontro nel gruppo di auto-aiuto con la ragazza che aveva tentato il suicidio ho iniziato a chiedermi se "il coraggio della felicità" sia davvero una scelta o non sia invece qualcosa di ineffabile che "scatta" che "riparte" inconsapevolmente, quando i tempi sono maturi o quando avviene l'incontro giusto che concretizza quella serie indefinibile di circostanze che fa ripartire il miracolo della "voglia di vivere", e per di più l'ebrezza della ritrovata voglia di vivere dopo il tunnel del dolore. Forse non è una scelta, è un miracolo che si può con la solidarietà facilitare, e non trattandosi di una scelta dovrebbe essere sottratta da ogni tentativo di giudizio morale. Nel leggere la sua testimonianza è naturale, quasi percepibile anche in chi legge, il senso spontaneo di sollievo che ha provato, e come questo inevitabilmente sia stato propedeutico al riprendere del fluire della vita. Ho un'ipotesi su di una parola chiave della testimonianza della ragazza che potrebbe aver rappresentato la svolta ma non voglio esplicitarla, per rispettare il significato che lei avrà già stabilito di attribuire a quelle parole ed a quell'incontro.

E' giusto scegliere di facilitare questo miracolo decidendo di chiamare un gruppo di auto-aiuto? E' giusto per la ragione ed è giusto secondo il cuore?

Con il distacco filosofico della razionalità più che giusto ed indispensabile, è anzi ineluttabile, perché la voglia di vivere è qualcosa che esiste indipendentemente da noi e per sua natura desidera superarci, come delinea in maniera superba l'immenso Schopenhauer <Chi è oppresso dal peso della vita, chi vorrebbe e afferma la vita, ma ne aborre i tormenti, e soprattutto non riesce a tollerare più a lungo il duro destino, che proprio a lui è capitato: questi non deve sperare una liberazione dalla morte, e non può salvarsi col suicidio; solo con un falso miraggio lo attrae l’oscuro, freddo Orco, come porto di quiete. La terra si volge dal giorno verso la notte; l’individuo muore; ma il sole arde senza interruzione in eterno meriggio. Alla volontà di vivere è assicurata la vita: la forma della vita è un presente senza fine... >

E per il cuore? E' giusto facilitare il miracolo della Rinascita? Posso dirle quello che pensa chi vede le cose dall'esterno, senza averne alcuna esperienza diretta. Mentre chiacchieravamo in chat ho avuto la necessità di pensare a suo figlio come individuo al di fuori della dialettica con la sua assenza e le circostanze che l'hanno determinata, e mi ha rallegrato trovarne la foto apparsa su un giornale in cui siete abbracciati, guardandovi insieme e vedendo il volto di suo figlio tutto si è fatto chiaro. Quella foto ribalta ogni dubbio e trasmette solo certezze, almeno in chi la guarda senza esservi ritratto: è il volto di un ragazzino tra le braccia serene di una mamma, consapevole che lui starà già facendo molti sbagli e molti avrà da farne ed attraverso molti sbagli avrà da rassicurarlo e da perdonarlo ed incoraggiarlo ogni volta perché preservi "il coraggio della felicità".

Se fossi un sopravvissuto in cerca di aiuto, se fossi esitante a chiederlo, vedendovi in quella foto mi sarebbe facile aver voglia di rivolgermi a lei, o quantomeno mi sarebbe più facile sperare in altri esseri umani, mi sentirei rassicurato ed incoraggiato a cercare la felicità.

Together, we have to stay!

Invio a lei, ai collaboratori dell'Associazione ed alla sua famiglia i più affettuosi auguri di Buona Pasqua

Kathrin

Dr Kathrin Aprile von Hohenstaufen Puoti, MD

Haematologist

Senior Fellow in Medical Oncology

Southampton

 

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