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Abitare l'assenza

Rimini 6 e 7 marzo 2026


È  incominciato venerdì a Rimini il Seminario per persone in lutto per il suicidio di una persona cara, con Cristian Romaniello.
Siamo circa trenta.Tanti, troppi, segnati da questo lutto devastante. Ma pochi, pochissimi rispetto ai quattromila suicidi l'anno (si stima possano essere il doppio), ai quarantamila in dieci anni, una piccola città che scompare.
Per ogni lutto almeno dieci sopravvissuti: quattrocentomila persone in dieci anni. E siamo in trenta.Una goccia d'acqua nel deserto, eppure una fonte a cui ristorarsi per chi oggi è presente.
Annarita e Stefania ci accolgono come delle mamme, ma in questi due giorni saranmo con noi soprattutto come sopravvissute.Di Cristian ho immensa stima, imposta il seminario quasi tenendosi in disparte, ma guidando con attenzione e competenza il nostro lavoro.
Saranno due giorni ricchissimi di incontri, riflessioni personali, condivisioni in coppia, nei piccoli gruppi e, infine, in plenaria.
La sensazione è quella di essere in un luogo protetto. Mi sento a casa, ritrovo volti amati e altri più o meno conosciuti. Ci sono alcune persone che partecipano per la prima volta. I loro visi parlano da soli, il lutto è troppo recente, sono ancora nell'abisso in cui tutti siamo precipitati. 
So che con loro saranno i momenti più difficili di questi due giorni, ma ho anche la speranza di vederli sorridere, il desiderio che possano scorgere in noi "veterani" la prospettiva di una vita che riprende. Non più  come prima, ma ancora ricca. Ancora un po' serena.
Mi siedo tra Marco e Lisa, un fluido tiepido d'affetto ci lega, mi sento a mio agio. Protetto, proteggo. Compreso, comprendo. Basta un sorriso, una battuta, uno scambio a bassa voce.Sono per me fratello e sorella.
Iniziamo con una reciproca presentazione, io sono tra gli ultimi ed ho il privilegio di accogliere le storie di tutti gli altri. L'aria è  tesa ma intima, incominciamo a conoscerci. L'emozione scorre come una brezza su di noi. Poi si ferma nel silenzio improvviso di Irene, in parole che non riescono ad uscire, nel tentativo impossibile di raccontare cosa significhi perdere una bimba di dodici anni.Tremo. Proprio Irene così brava con le parole, Irene con Martino in braccio. Si riprende, racconta. Ripartono le storie di tutti gli altri. 
Mi appunto le parole di ognuno: c'è gia tutto. Tutto ciò che serve, tutto quello che c'è stato, tutto quello che manca. Gia ora questi due giorni valgono di essere vissuti.
Il primo lavoro a cui ci guida Cristian è in coppia. Diviene la chiave per entrare in fiducia con l'altro, con gli altri. Chi è di fronte a me si apre liberamente e mentre lo fa, crea fiducia e sicurezza in me. 
Non sapevo cosa dirle, man mano che parla i pensieri si affollano, le difese cadono.
Poi si continua per due giorni intensi e bellissimi, tra emozioni che ci fanno vibrare, lacrime, sorrisi, abbracci.
E risate, tante, belle, libere, leggere.Si alzano sopra di noi, si disperdono verso il cielo, lo toccano, salgono fino alle stelle e, una ad una  creano un filo invisibile che unisce in un unico abbraccio d'amore i nostri figli, i nostri cari. 
Grazie a voi tutti.Alessandro Cecconi

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